Romentino - Da area segnata dall’attività estrattiva a luogo nel quale sperimentare nuove modalità di recupero ambientale e ricostruzione degli equilibri ecologici. È il percorso avviato presso la cava Ricciardo di Romentino, al centro della collaborazione tra la Provincia di Novara e il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università degli Studi di Torino – DISAFA.
Il progetto è stato presentato venerdì 6 novembre presso il Centro Culturale Pio Occhetta di Romentino, in un incontro dedicato al lavoro svolto e all’evoluzione del sito.
La collaborazione scientifica sulla cava di Romentino è iniziata nel 2022, con l’obiettivo di supportare il miglioramento e l’implementazione del progetto di recupero ambientale. Un’esperienza che negli anni ha assunto un significato più ampio: quanto sperimentato a Romentino ha infatti fornito una base metodologica per la successiva convenzione tra Provincia e Università di Torino dedicata allo studio di tecniche innovative per il recupero delle cave e delle aree degradate dell’intero territorio provinciale.
Il lavoro nasce dalla necessità di affrontare una delle fasi più delicate dell’attività estrattiva: restituire progressivamente qualità ambientale ad aree profondamente trasformate, intervenendo non soltanto sulla sistemazione dei siti ma sulla possibilità di ricostruire habitat funzionali e favorire nel tempo processi efficaci di rinaturalizzazione.
«Quando si parla di cave è importante guardare anche a ciò che accade dopo l’attività estrattiva – sottolinea il Presidente della Provincia di Novara e Sindaco del Comune di Romentino Marco Caccia –. A Romentino possiamo vedere concretamente come un’area che presentava forti elementi di degrado possa essere accompagnata attraverso un percorso serio di recupero e progressiva riqualificazione. È un lavoro che richiede tempo, competenze scientifiche e monitoraggio, ma proprio per questo è importante mostrarne i risultati e far conoscere ciò che si sta facendo. Il valore di questa esperienza sta anche nella possibilità di trasformare un singolo intervento in conoscenze utili per affrontare situazioni analoghe in altre parti del territorio provinciale».
La relazione elaborata dal DISAFA evidenzia infatti come il recupero delle aree di cava presenti criticità complesse: dalla diffusione di specie vegetali esotiche invasive alla difficoltà di garantire alle nuove piantumazioni un’adeguata disponibilità idrica, dalla scarsa fertilità dei terreni ai fenomeni di erosione e instabilità che possono interessare alcuni siti. Problematiche che rendono necessario superare interventi standardizzati e sviluppare soluzioni calibrate sulle caratteristiche ambientali delle singole aree.
Il lavoro avviato dalla Provincia insieme all’Università punta proprio a costruire strumenti scientifici e operativi più efficaci. Tra gli ambiti studiati figurano sistemi per migliorare l’attecchimento delle specie vegetali, tecniche per il controllo delle specie invasive, analisi della qualità dei suoli, utilizzo del telerilevamento e di immagini da drone per monitorare l’evoluzione dei recuperi e sperimentazione di materiali e soluzioni capaci di migliorare le condizioni dei terreni.
L’obiettivo non è quindi soltanto intervenire sui singoli siti, ma raccogliere dati e risultati che possano tradursi progressivamente in buone pratiche e protocolli utilizzabili anche in altre aree estrattive, rafforzando il confronto tra enti pubblici, mondo universitario e operatori del settore.
«Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sempre più evidenti – sottolinea la Prof.ssa Raffaella Marzano, responsabile scientifica del progetto per il Dipartimento DISAFA dell’Università di Torino –. L’aumento dei fenomeni estremi e l’alterazione dei regimi storici di temperatura e precipitazioni portano sempre più spesso a siccità prolungate e temperature elevate, alternate a piogge intense, con condizioni di degrado sempre più diffuse che interessano molti ecosistemi naturali e semi-naturali. Per questo il ripristino di un’area degradata richiede oggi un’attenzione ancora maggiore e la sperimentazione di scelte progettuali e di pratiche che possano favorire l’attecchimento e la sopravvivenza delle piante messe a dimora».
Il tema è al centro anche dell’agenda europea. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura impegna gli Stati membri ad attuare misure per ripristinare, congiuntamente, almeno il 20% delle zone terrestri e marine dell’UE entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050, contribuendo anche agli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. «Il Regolamento mostra quanto il ripristino degli ecosistemi degradati sia una priorità nell’agenda politica globale – prosegue Marzano –. Raggiungere questi obiettivi richiede però di approfondire il tema e definire nuovi approcci e modalità di intervento. Tra le principali criticità di un progetto di ripristino forestale ci sono la disponibilità idrica per i semenzali messi a dimora e la competizione con le specie erbacee e arbustive. Le soluzioni oggi impiegate sono diverse, ma spesso mancano informazioni sulla loro reale efficacia e sul rapporto costi/benefici».
Il Gruppo di ricerca dell’Università di Torino ha quindi avviato sperimentazioni su tre fronti: tecniche di precision restoration, con monitoraggio da remoto tramite droni dotati di diversi tipi di sensori; gestione dell’acqua, con prove su shelter, pacciamatura e idrogel; controllo delle infestanti e delle specie esotiche invasive.
«L’obiettivo è fornire informazioni utili a scegliere le procedure più efficaci in base alle caratteristiche di ciascun sito, massimizzando le probabilità di successo dei recuperi. Contestualmente stiamo promuovendo un approccio al ripristino che non si limiti alla semplice messa a dimora di nuovi alberi e arbusti, ma integri fin dal principio interventi come la creazione di una struttura più naturaliforme e la gestione della necromassa, in linea con gli indicatori previsti dal Regolamento (UE) 2024/1991 per gli ecosistemi forestali. Si punta così ad aumentare l’eterogeneità e la resilienza dei nuovi popolamenti, incrementandone la biodiversità specifica e strutturale».
«Il progetto in corso, a partire dall’esperienza condotta qui a Romentino – conclude la Prof.ssa Marzano – ha già ottenuto un risultato di grande valore: aver avviato un dialogo molto costruttivo tra i diversi attori coinvolti nelle attività di ripristino, ovvero le amministrazioni competenti, i cavatori, i professionisti incaricati di progettazione e direzione lavori, e l’Università, e averli portati a collaborare attivamente per individuare soluzioni condivise per un recupero più efficace di aree degradate».
La cava di Romentino si inserisce oggi in questo percorso più ampio: da prima esperienza di collaborazione scientifica a punto di partenza per un’attività che interessa diversi siti della provincia e che punta a rendere il recupero post-estrattivo sempre più efficace, monitorabile e coerente con le caratteristiche ambientali del territorio.