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IO NE HO VISTE DI COSE

L'Obbiettivo di Mario Finotti diventa Opera

Novara - Prende il via giovedì 15 ottobre alle 18.30 la  rassegna delle tre micro opere del ciclo Io ne ho viste di cose L'Obbiettivo di Mario Finotti diventano Opera. Una novità assoluta della Stagione 2026: sul palcoscenico del Teatro Coccia, un progetto inedito di micro opere che unisce musica, drammaturgia e giovani interpreti traendo ispirazione da fotografie scelte dallo sconfinato catalogo di Mario Finotti, che con la drammaturgia di Alessandro Barbaglia in collaborazione con Maria Paola Colombo, sono diventate racconti (veri al 97%) e poi libretti messi in scena in tre serate tutte diverse.

Il format prevede un momento introduttivo in cui a raccontare l'immagine sarà Mario Finotti stesso a dialogo con Alessandro Barbaglia, un momento musicale centrale, in cui l'immagine diventa opera e ancora dialogo per  trasportare alla realtà la magia del teatro. Tutte le opere sono dirette dalla bacchetta del Maestro Michelangelo Mattoli che guida l'Ensemble strumentale del Conservatorio Guido Cantelli. Le luci sono di Ivan Pastrovicchio, mentre Silvia Lumes e Erika Chilò hanno prestato la loro consulenza per costumi e luci alle registe che firmano ogni singola opera.

Il pubblico assisterà allo spettacolo seduto in palcoscenico a poca distanza dagli artisti. Si ringrazia Righetti Mobili per gli arredi di scena. Si ringrazia Iniziativa SIAE "Nuova Creatività". Biglietti online e presso la biglietteria del teatro: 10 euro.

Si parte, quindi, giovedì 15 ottobre alle 18.30 con Il Salvatore salvato, dalla fotografia "La discesa in terra del Salvatore", episodio storico conosciuto nella città di quando, nel 1982, la Statua del Salvatore venne calata dalla Cupola. La trama è raccontata dalla librettista Matilde Barberi Squarotti, terza classificata al bando per la selezione di giovani librettisti promosso dalla Fondazione Teatro Donizetti "Novara, 1982. Piena campagna elettorale per il sindaco corrente, che punta a riconfermarsi per il mandato successivo. Due ingegneri sono incaricati della monumentale impresa di calare la statua del Cristo Salvatore dalla cupola di San Gaudenzio: è necessario un intervento di restauro della laminatura d'oro. Uno si lascia trasportare dall'aspetto spirituale e simbolico dell'incontro  con il Salvatore; per l'altro è un'elettrizzante sfida tecnica e  intellettuale. Il Sindaco conta quanti voti potrebbe strappare ai Novaresi in quanto promotore dell'opera di restauro ed è in fibrillazione perché i Fratelli faticano a definire un progetto concreto. La soluzione arriva grazie all'intreccio improbabile tra gli slanci mistici e le formule fisiche dei fratelli e il sarcasmo del Sindaco. Il finale ribalterà ogni aspettativa, portando vicende e personaggi oltre i confini di spazio e tempo che chiunque si aspetta".

L'opera è stata composta dall'allievo AMO Saverio Santoni che racconta "Alla luce dell'effettivo svolgimento dei fatti (e di fronte anche alle esaurienti testimonianze che abbiamo ricevuto) non possiamo certo dirvi che sia andata  effettivamente così. Molti elementi (nati dalla fantasia di Alessandro Barbaglia e Maria Paola Colombo, entrati dunque a far parte del libretto e della musica) sono frutto  della nostra immaginazione: un sindaco in angustie per le difficoltà e i ritardi del progetto, due fratelli che vivono in maniera diversa (professionalmente e intimamente) il loro incarico. Questa situazione, che per alcuni aspetti mi ha ricordato la commedia all'italiana cinematografica (pur venata da alcune suggestioni surreali), mi ha facilmente guidato in fase di composizione, inducendomi non a creare  un'ulteriore "fotografia" degli eventi, ma a dare spazio agli elementi nuovi della storia, vivificarli teatralmente e divertirmi. In fondo, credo sia segno di vivacità intellettuale se, davanti ad eventi che come questo  coinvolgono una comunità, fossimo in grado di approfondire o creare nuove prospettive, fantasticare, divertirci". In scena gli attori diplomati STM Simone Manzotti nel ruolo del Sindaco, Matteo Minetti in quello del fratello ingegnere "mistico" e Andrea Ciampi in quello del fratello ingegnere "scienziato". La regia, le scene e i costumi sono firmate dalla allieva AMO Irina Solomonoff. "È un immenso onore poter raccontare una vicenda legata al simbolo della bellissima città di Novara, la Cupola di San Gaudenzio, attraverso un altro dei suoi luoghi simbolo: il Teatro Coccia - racconta - L'idea registica nasce quindi dall'esplorazione di come integrare questi due simboli. Il punto di partenza sono il luogo e i materiali utilizzati per la discesa del Salvatore: la cupola, un sistema di impalcature, le corde. 

Questi elementi si trovano proprio anche nel Teatro. La sala del Coccia ha una bellissima cupola, il palcoscenico una struttura di ferro che richiama le impalcature: la graticcia, le americane; ci sono pure le corde per calare e far salire fondali e oggetti. Ed è questa la macchina del palcoscenico, dove addirittura prenderà posto il pubblico e gli permetterà di vivere questo meccanismo da vicino, in un modo più immersivo. Da queste premesse viene concepito lo spazio scenico: un ambiente circondato da impalcature, all'interno del quale la fotografia di Mario Finotti entra a far parte della narrazione, prendendo vita. Lo spazio ci permetterà di osservare nell'intimità i fratelli Montipò nella ricerca di una soluzione ingegneristica per poi, a opera compiuta, ammirarla nell'immensità della Basilica di San Gaudenzio in un parallelismo con la sala del Teatro. Due luoghi di assoluto rilievo per la città che dialogano attraverso la narrazione e si incontrano nella loro bellezza". 

Secondo appuntamento giovedì 5 novembre alle 18.30 con un racconto che narra la grande epopea del volley femminile cittadino. Ronzii e schiacciate, ispirata alla foto "Suor Giovanna icona del volley novarese". Il libretto è firmato da Giuseppe Trovato, ex allievo AMO e secondo  classificato nel bando per la selezione di giovani librettisti promosso dalla Fondazione Teatro Donizetti. "Anno 1983. Nel paesaggio della campagna tra Novara e Trecate, tre zanzare osservano il mondo umano tra comicità e intuizione profetica. Mentre Zanzara Uno cerca di intrattenere le altre due con barzellette, emerge gradualmente una visione più ampia: su un anonimo campo destinato alla coltivazione di patate, una suora sogna di costruire un palazzetto dello sport e fondare una squadra di pallavolo femminile. Attraverso il loro sguardo, le zanzare diventano testimoni di una trasformazione da spazio vuoto a luogo di eccellenza sportiva. Il racconto si snoda così tra gioco comico e narrazione visionaria, in cui il sogno prende forma fino a prefigurare una squadra capace di diventare la più forte  d'Italia e d'Europa".

La musica è firmata dall'allievo AMO Arturo Dal Bianco "Ronzii e schiacciate è un'operina in cinque scene, interamente incentrata su tre zanzare - personaggi impersonali, definiti semplicemente Zanzara Uno (soprano), Zanzara Due (mezzosoprano) e Zanzara Tre (baritono en travesti) - che abitano le risaie novaresi e, in una sorta di teatro dell'assurdo, ronzano fra il pubblico, incontrando diversi personaggi e situazioni grottesche. 

Ogni scena è caratterizzata da una «tinta» musicale differente. Nella prima, lirica e contemplativa, viene descritto un libro di cucina, che si scoprirà essere utilizzato per schiacciare le colleghe. La seconda, il «terzetto delle larve», richiama il verismo: le zanzare ricordano con nostalgia il loro passato nell'uovo, come i tre ministri di Turandot. La terza, dai toni religiosi, è caratterizzata da polifonie rinascimentali negli strumenti a fiato, campane e frammenti ispirati a immaginarie laude francescane; qui Zanzara Uno ha delle visioni e immagina una suora, in quello che per le altre due non è che un anonimo campo di patate. Nella quarta scena le zanzare si uniscono nel macabro «terzetto della profezia ematica», nel quale, riecheggiando le streghe del Macbeth verdiano, la puntura della suora genera ulteriori visioni, che verranno raccontate nella scena seguente. Quest'ultima presenta una tinta circense e sportiva: colpi secchi e irregolari di trombone scandiscono palleggi di alcune pallavoliste, mentre un fischietto pone fine al caos aleatorio dell'intera compagine strumentale. Fra le molte avventure raccontate, quest'ultimo tableau si rivelerà infine una storia vera, attraverso un'immagine parlante".

La regia, le scene e i costumi sono firmati dall'allieva AMO Bianca Di Gregoli che racconta "La scena accoglie il pubblico nel cuore di una risaia, restituendo la sensazione di essere realmente immersi in un paesaggio sospeso fra acqua, terra e silenzio. Ho scelto di non creare una distanza fra chi guarda e ciò che accade: il pubblico abita quello spazio e ne diventa parte, assumendo idealmente il ruolo della comunità novarese che osserva, attraversa e accompagna la vicenda. È in questo paesaggio, apparentemente immobile e destinato a ripetersi, che la Suora intravede ciò che ancora non esiste: una rete, un pallone, un campo, un luogo di incontro e di possibilità. Un'idea che, poiché nasce dal nulla, appare irrealizzabile agli occhi di molti. Da qui la scelta di rompere la linearità del reale e di muoversi nel territorio del Teatro  dell'Assurdo: se il sogno della Suora appare irrazionale, anche il suo racconto può sottrarsi alle regole della realtà. La storia è affidata a tre zanzare parlanti: piccole, invadenti, grottesche. Ho preferito caratterizzarle in modo diverso, dando a ciascuna un'identità, un ritmo e una qualità del movimento. Le tre entrano in relazione attraverso il linguaggio mimico, l'uso dello spazio, la ripetizione e la precisione del gesto, trasformando la narrazione in un continuo gioco scenico. Non è la retorica della favola a guidare la regia, ma il ribaltamento dello  scetticismo che fin dall'inizio ha accompagnato il progetto della Suora. Chiedo dunque al pubblico di sospendere per un momento la razionalità e di lasciarsi condurre, con ironia, dentro un'impensabile realtà".

Nel ruolo di Zanzara Uno, Zanzara Due e Zanzara Tre, rispettivamente, le allieve STM Alice Paoletta, Michela Pugliese e Fabio Riva.

Ultimo appuntamento giovedì 26 novembre alle 18.30 con una storia di tenacia, rinascita e poesia. L'arca di Niky, ispirata alla foto "Niky in mare per la vita". Il libretto è scritto da Irene Montanari, già presente come autrice nel  cartellone del Teatro Coccia nel 2025 con Il Giovane Artù e anch'essa finalista al bando per la selezione di giovani librettisti promosso dalla Fondazione Teatro Donizetti. La trama "Bellinzago, una soleggiata giornata di primavera. Nel giardino condiviso di alcune villette a schiera,  l'ordinata e un po' ansiosa Susanna prepara un tè pomeridiano aspettando un'ospite in ritardo. Ad arrivare è l'esuberante amica Mariangela, che irrompe raccontando con coloriti dettagli l'incidente a cui ha appena assistito: un camion di verza rovesciato in mezzo alla strada. Presto si intromette anche Carmela, la vicina ficcanaso, sempre pronta a rincarare la dose su ogni particolare. Tra pettegolezzi, esagerazioni e piccole bugie bianche, il chiacchiericcio delle tre riempie il giardino in un crescendo  comico e acceso. Finché Mariangela nota, nel giardino accanto, un'enorme barca. A tutti gli effetti: un'arca. Incuriosita fa domande alle atre due, e così viene raccontata a poco a poco la storia di Niky: un bambino, la sua malattia e il viaggio immaginato dalla sua famiglia nel blu del mare. La comicità lascia spazio ad una piccola enorme storia straordinaria e, affacciate oltre la staccionata, le tre si ritrovano ad immaginare l'orizzonte oltre la linea blu del mare, di fronte a ciò che conta davvero, trasformando le chiacchiere di cortile in un piccolo viaggio verso la meraviglia e la speranza".

La musica è dell'allievo AMO Giuseppe Guerrera che spiega "Scrivere questa micro-opera è stato un vero esercizio sul contrasto. Un semplice incontro davanti a una tazza di tè diventa progressivamente un piccolo vortice, nel quale un avvenimento viene ingigantito, deformato e trasformato dalla percezione di chi lo racconta. Musicalmente, ho cercato di fare della parola e della relazione fra i tre  personaggi il motore della composizione. Le continue interruzioni, gli scarti improvvisi e gli sbalzi d'umore si traducono in cambi di ritmo, carattere ed energia. La musica diventa così una quarta interlocutrice: asseconda le protagoniste, le esaspera, le interrompe e talvolta sembra  persino correre più velocemente di loro. Quando la storia di Niky viene finalmente raccontata, il caos lascia spazio  all'ascolto. Le tre donne si ritrovano improvvisamente unite davanti a qualcosa che le supera. È qui che compare il mare. La barcarola, forma musicale associata al movimento delle barche sull'acqua, diventa il simbolo di uno spazio sospeso, lontano dal rumore della terraferma. Il suo ritmo continuo e cullante diventa quasi un respiro. Ed è forse proprio questo il punto più importante dell'opera: il respiro. La musica, dopo essersi agitata e frammentata, trova finalmente un movimento comune. Anche le tre voci cambiano il loro modo di stare insieme: non si  sovrappongono più per combattersi, ma per costruire un unico gesto musicale. Il finale diventa così un momento celebrativo, non soltanto della storia di Niky, ma anche della possibilità di ascoltarsi. Forse è proprio questa la piccola parabola che ho cercato di raccontare: dal rumore all'ascolto, dalla confusione all'armonia, dalla terra al mare".

La regia, le scene e i costumi sono a firma dell'allieva AMO Camilla Graziani: "L'Arca di Nicky nasce da uno scatto fotografico di Mario Finotti, capace di racchiude un frammento di storia del paese di Bellinzago. L'opera vuole restituire e far conoscere la meravigliosa impresa della famiglia del piccolo Nicky. A farsi portavoce di questa memoria sono tre vicine di casa e amiche che guidano il pubblico all'interno del loro giardino, un quadro di vita quotidiana improvvisamente invaso da una barca. Il dialogo si incastra in uno scenario più ampio, il giardino diventa un cortile, una piazza, un luogo di incontro e scontro tra idee e credenze differenti. La divisione e l'irruzione di un fatto esterno, come la barca, diventa motivo di confronto e di inaspettata unione.

In scena si muovono tre personaggi che incarnano tre modi diversi di affrontare la vita e le sue difficoltà, tre modi diversi di accogliere ed accettare la diversità. Tre donne forti e sicure la cui interiorità si riflette nei costumi pensati per enfatizzare e accentuare i tratti distintivi dei loro caratteri. Infine la partitura musicale si innesta direttamente nel tessuto drammatico, avvolgendo ii corpi e lo spazio in un unico flusso. La musica scandisce il ritmo interiore delle protagoniste, amplifica i loro sentimenti e accompagna il pubblico nel cuore pulsante di quest'opera".

Nel ruolo di Susanna Tiziana Lobosco, in quello di Mariangela e di Carmela, rispettivamente le allieve AMO Akane Tamura e Yuwei Zhao.