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Dottor Angioni: Meno paura dell’intelligenza artificiale, più medicina

Novara - Nel dibattito sull’intelligenza artificiale, sui pericoli che da essa possono derivare, l’Ordine dei medici interviene con un approfondimento per opera del dott. Michele Angioni, coordinatore della Commissione permanente per l’Intelligenza Artificiale in medicina in ambito Federazione regionale dei medici chirurghi e odontoiatri e consigliere dell’Ordine novarese.

Ecco il suo intervento: "L’intelligenza artificiale non va né idolatrata né temuta. Va capita, misurata e governata. Il suo valore non sta nel sostituire il medico, ma nel permettergli di fare meglio il proprio lavoro. La medicina non è una demo tecnologica. Un sistema non diventa utile perché impressiona: deve funzionare dentro una visita reale, con poco tempo, informazioni incomplete e responsabilità. Perché tra una tecnologia impressionante e una tecnologia utile c’è di mezzo l’oceano. Per anni abbiamo costretto il medico a lavorare per il computer. Il paziente parla e noi guardiamo uno schermo. La vera rivoluzione dell’IA potrebbe essere molto meno spettacolare: farci tornare a guardare il paziente. In Medicina Generale significa ricostruire anni di storia clinica, recuperare informazioni diventate invisibili, segnalare incongruenze, ridurre la burocrazia. Ma l’IA può anche orientare il ragionamento e, se usata male, impoverire competenze. Per questo servirà algovigilanza: non solo controllare gli errori dell’algoritmo, ma osservare gli effetti sui medici e sulle decisioni. Bisogna però chiamare i problemi con il loro nome. Se un ricercatore usa l’IA per inventare cento pazienti, falsificare immagini o costruire uno studio inesistente, il problema è gravissimo. Ma si chiama frode scientifica facilitata dall’intelligenza artificiale. Se qualcuno ruba utilizzando una tecnologia, la responsabilità del furto resta di chi ruba. Lo strumento può rendere l’abuso più facile, rapido e difficile da riconoscere. E proprio per questo servono più tracciabilità, accesso ai dati originali e controlli migliori. Ma attribuire allo strumento la responsabilità di chi lo usa significa sbagliare diagnosi. Lo stesso vale per le decisioni cliniche. Non dobbiamo delegare la coscienza a un algoritmo. Ma non dobbiamo neppure attribuire all’algoritmo la coscienza di chi lo usa. Un sistema che recupera un esame dimenticato, segnala un’interazione farmacologica o ricostruisce dieci anni di cartella non decide al posto del medico. Può consentirgli di decidere con informazioni migliori. Non esiste quindi un generico “rischio dell’intelligenza artificiale”. La domanda corretta è: quale sistema, usato da chi, per quale compito, con quali controlli e rispetto a quale alternativa? Anche l’alternativa, infatti, ha rischi. Il medico reale può essere stanco, può non leggere una lettera, può non ricordare un dato sepolto in anni di documentazione. Pretendere rischio zero dall’IA mentre consideriamo inevitabili questi limiti significa usare due standard diversi. La competenza decisiva del medico nell’era dell’IA non sarà ottenere una risposta dalla macchina. Sarà saperla verificare, riconoscere un errore, capire quando delegare e soprattutto quando non farlo. Sarà sapere cosa farsene. Meno paura dell’intelligenza artificiale, quindi. Più medicina".