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Paolo Romano testimone a Novara dell'esperienza sulla Flotilla

Novara - «Per 30 anni in questo Paese e nel mondo una destra all’inizio populista e inconsapevole che poi si è più organizzata ci ha raccontato di uno scontro di civiltà che partiva dal presupposto che ci fosse un “Islam = terroristi, i cattivi”, contro un “Occidente = Democrazia e diritti, i buoni”. Israele ha utilizzato questo binomio, nel quale ci sono state parentesi di verità, ma che è assurdo in termini assoluti, e uno dei motivi per partire era rompere questo binomio».

Così Paolo Romano, Consigliere regionale della Lombardia e attivista della Global Sumud Flotilla, ha aperto l’incontro pubblico organizzato dalla Federazione Provinciale di Novara dei Giovani Democratici “Contro il Silenzio – Continuare a parlare di Gaza” che si è tenuto la sera di domenica 8 febbraio 2026, a Novara, presso la Pinetina Alessia. Presenti fra il pubblico anche Domenico Rossi, Consigliere Regionale e Segretario Regionale del Partito Democratico del Piemonte e Milù Allegra, Segretaria del Circolo PD cittadino. Una sera nella quale si è ricordato il dramma del popolo palestinese a più di due anni dal 7 ottobre 2023.

Una crisi umanitaria che parte da molto più lontano e che la Global Sumud Flotilla è riuscita, anche se solo in parte, a rimettere al centro dell’opinione pubblica. È stata anche l’occasione per ascoltare la testimonianza di Paolo Romano, sequestrato illegalmente dallo Stato di Israele insieme alle attiviste e agli attivisti che con lui componevano la Flotilla.

«Io sono stato più agitato la sera durante la quale siamo stati attaccati dai droni. Durante l’abbordaggio, durato nove ore, ero più sereno. Ci hanno puntato i fucili in faccia, ci hanno detto “fate quello che vi diciamo altrimenti vi ammazziamo”, ma noi abbiamo seguito in maniera pedissequa le loro istruzioni, come avevamo imparato durante le ore di formazione nonviolenta precedenti la partenza. Ci hanno dirottato al porto di Ashdod, noi pensavamo che ci avrebbero messo su un volo e portato a casa. A bordo non c’è stata alcuna aggressione fisica né verbale, mentre a terra è stato totalmente il contrario. Da subito sono iniziate le percosse, ci hanno disposto per terra, seduti a gambe incrociate, con la faccia spiaccicata sul terreno. Chi si muoveva veniva prima preso e messo in ginocchio, poi pestato brutalmente. Non c’era possibilità di vedere gli avvocati che ognuno e ognuna di noi aveva nominato in Israele, violando i nostri diritti. Se chiedevi dell’acqua non te la portavano: a un certo punto ci hanno buttato trenta bottigliette. Noi eravamo più di cinquecento volontari».

Un racconto crudo, di una disumanità terribile: i fucili puntati in bocca, un unico pacco di 14 assorbenti distribuito alle oltre cento donne imprigionate, i medicinali - anche salvavita - sottratti e buttati via. Esempi di tortura commessi nei confronti di attivisti pacifici e nonviolenti, una vendetta perché di più, contro di loro, non avrebbero potuto fare.

«Parlare di Gaza e della Cisgiordania oggi significa rifiutare un po’ questa abitudine alla notizia che fa scalpore per un po’ e poi sparisce dai radar dell’opinione pubblica - ha detto Elia Impaloni, Segretario Provinciale dei Giovani Democratici di Novara - Abbiamo voluto, grazie alla testimonianza diretta di Paolo, ritornare su qualcosa della quale può sembrare che abbiamo detto abbastanza e che invece è una situazione che muta ogni giorno, tranne che per il fatto che il disastro umanitario resta sempre presente. Abbiamo cercato di andare oltre le a volte necessarie semplificazioni e rimettere al centro le persone. Le persone che come Paolo Romano, l’eurodeputata del Partito Democratico Annalisa Corrado e il deputato del Partito Democratico Arturo Scotto, insieme alle centinaia di altri attivisti, hanno scelto di imbarcarsi sulla Global Sumud Flotilla e che sono state fatte oggetto di condizioni di trattamento che non so nemmeno come definire. Le persone che, ancora oggi, sono a Gaza e continuano a morire».

Continuare a parlare di Gaza significa rifiutare il silenzio e affermare che la sistematica violazione di ogni diritto umano non può essere rimossa dal dibattito pubblico. È un atto di responsabilità collettiva, e questo momento di confronto e di testimonianza vogliamo cercare di fare la nostra parte.