Borgomanero - Becky Behar (1929-2009) è stata la principale testimone e sopravvissuta della Strage di Meina, il primo eccidio di ebrei avvenuto in Italia. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, le truppe naziste avevano occupato l’hotel Meina, di proprietà di Alberto Behar, padre di Becky. Tra il 22 e il 23 settembre di quell’anno, i nazisti uccisero gli ospiti ebrei dell’albergo. I loro corpi furono zavorrati e gettati nelle acque del lago Maggiore. I Behar si salvarono grazie all’intervento del console turco a Milano, amico del signor Alberto.
Dopo anni di silenzio, Becky dedicò la sua vita a testimoniare l’accaduto, specialmente nelle scuole. Oggi, a portare avanti la sua opera, è la figlia Rossana Ottolenghi, psicologa, che incontra regolarmente studenti e giovani in numerose scuole per raccontare la storia della strage di Meina. E giovedì scorso, in occasione della Giornata della Memoria, nei locali dell’oratorio, la dottoressa Ottolenghi ha incontrato un nutrito gruppo di studenti dell’IC Borgomanero 1, che hanno manifestato grande attenzione e interesse per quanto gli è stato raccontato.
Ad organizzarlo l’istituto comprensivo stesso, nella persona della referente per le attività culturali prof. Cinzia Bovio, caldeggiata dal dirigente scolastico prof. Giuseppe Distefano. Affiancata dal marito Aldo Luperini, che ha delineato un preciso quadro storico di quegli anni, la signora Rossana ha raccontato ancora una volta questa vicenda, sottolineando l’importanza della memoria come antidoto contro il razzismo, le discriminazioni e persino il bullismo.
“Sei milioni di ebrei sono morti per il solo fatto di essere ebrei. La shoah riguarda tutti da vicino, perché alla base di questa terribile strage c’è stato un meccanismo che tutti noi conosciamo molto bene: quello del tutti contro uno. Come quando un gruppo di ragazzi decide di prendere di mira un compagno o una compagna per il colore della pelle, per usanze o modi di vestire diversi. Il bullismo ha lo stesso meccanismo. Nel caso della grande Storia invece si è fatto ricorso alla persecuzioni e agli ebrei è stato detto che non potevano più andare a scuola con gli altri o lavorare con gli altri, in modo tale che il gruppo si sentisse forte, anche se in genere un tale comportamento è indicativo di una fragilità, di un basso livello di autostima”.
E’ seguita quindi la proiezione di un video con la toccante testimonianza della madre Becky, nonché l’intervento in videoconferenza di Maite Billerbeck, psicoterapeuta residente a Berlino, bisnipote di un capitano delle SS. A fare da traduttrice la docente di tedesco Giulia Serra, che all’inizio ha ceduto la parola a un gruppo di studenti per un conciso e cordiale saluto in lingua. A detta della nonna di Maite il prozio era una persona “amabile, gentile e simpatica”. Ma la donna, in seguito, facendo una ricerca su internet, aveva scoperto che Hans Rower, questo il nome del prozio, aveva commesso atrocità in tutta l’Europa dell’Est. Lui, quello che secondo la nonna non avrebbe fatto male a una mosca, aveva comandato la strage di Meina.
“Saputo ciò, ha detto Maite, mi chiedevo cosa potessi fare per riparare. Lo storico Carlo Gentile, che insegnava a Colonia, mi aveva parlato di Rossana Ottolenghi. Così ho deciso di scriverle, e ha avuto inizio questo percorso di memoria e di riscatto”.
Infine, ha concluso il dirigente scolastico Giuseppe Di Stefano: “L’incontro ha offerto agli studenti un’occasione di riflessione autentica e profonda, perché la giornata della Memoria è un momento fondamentale di educazione civile e morale. Ricordare significa assumersi la responsabilità di comprendere ciò che è accaduto, interrogarsi sulle cause che hanno reso possibile l’odio, la persecuzione e l’indifferenza e riconoscere i segnali che ancora oggi possono portare alla discriminazione violenta. Ascoltare le testimonianze e conoscere le storie personali come quella che oggi è stata raccontata, ci aiuta a trasformare la Storia in esperienza viva, capace di parlare al presente e di orientare le nostre scelte future”.